Studi recenti mostrano che la qualità dei legami conta più della quantità: intelligenza e benessere psicologico sono spesso associati a poche amicizie profonde.
La domanda se sia davvero un problema avere pochi amici si scontra con evidenze scientifiche che ribaltano convinzioni comuni. Crescendo, infatti, la cerchia di amicizie tende a restringersi, ma questo fenomeno non è necessariamente negativo. La ricerca psicologica, in particolare negli ambiti della psicologia evoluzionistica e sociale, offre spunti interessanti sul valore della qualità rispetto alla quantità nelle relazioni amicali.
Il valore della qualità nelle amicizie secondo la psicologia evoluzionistica
È noto che con l’età si perdono amicizie, ma la capacità di stringere legami profondi diventa essenziale. Non basta frequentare molte persone per sentirsi socialmente soddisfatti; ciò che conta è la profondità del rapporto e la disponibilità al supporto reciproco in situazioni di crisi. Questo spiega perché, crescendo, si preferisce circondarsi di pochi amici fidati piuttosto che di molte conoscenze superficiali.
Uno studio condotto su 15.000 giovani adulti tra i 18 e i 29 anni ha mostrato come la socialità sia influenzata da fattori come la densità abitativa e il quoziente intellettivo (QI). In particolare, emerge un rapporto inversamente proporzionale tra intelligenza e necessità di compagnia sociale: le persone con un QI più elevato tendono a sentirsi meno bisognose di stare costantemente in compagnia di altri. Questo dato suggerisce che chi possiede un’intelligenza superiore riesce a trovare benessere anche nella solitudine e non ricerca l’approvazione sociale continua, specie in ambienti urbani densamente popolati.

In amicizia vale il “pochi ma buoni” – Lavocedeldaimon.it
Dall’altra parte, Norman Li, psicologo sociale e evoluzionista, si è concentrato su come la psicologia evolutiva possa spiegare le preferenze di coppia e il valore degli scambi sociali, approfondendo anche il concetto di mismatch evolutivo, ovvero il disallineamento tra le condizioni ambientali attuali e quelle per cui il cervello umano si è evoluto. Le sue ricerche indicano che gli individui intelligenti sono più capaci di adattarsi a condizioni sociali complesse, apprezzando sia la compagnia sia la solitudine come momenti necessari per il benessere psicologico.
Il tema della solitudine ha ricevuto nuova attenzione grazie ai contributi di questi studiosi. La capacità di stare soli senza soffrire è stata collegata a un più alto quoziente intellettivo, che permette di trovare stimoli e soddisfazione anche in assenza di interazioni sociali costanti. Questo si riflette in una maggiore autonomia emotiva e una ridotta dipendenza dall’approvazione altrui.
Nonostante queste evidenze, persiste l’idea diffusa che avere molti amici sia sinonimo di felicità e successo sociale. Tuttavia, la psicologia evolutiva e sociale ci insegna che l’essere umano è programmato per gestire un numero limitato di relazioni significative. La capacità di mantenere legami profondi richiede tempo, energia e impegno emotivo, risorse che si esauriscono rapidamente con un numero troppo elevato di amicizie.
In questo quadro, la ricerca di nuovi amici anche solo per attività sociali come prendere un caffè diventa un tentativo di bilanciare la solitudine con la necessità di contatto umano, ma non sempre si traduce in un reale supporto emotivo. Perciò, l’equilibrio tra solitudine e socialità è delicato e personale, e non deve essere giudicato secondo parametri quantitativi ma qualitativi.








